Scritti letterari

NON C'e' NIENTE DI MEGLIO   DI R. Lia Grande

faceva molto freddo nella casa al mare che Giorgio avava affittato due mesi prima. E non  solo per la temperatura esterna, di marzo che sembrava gennaio, ma perchè il riscaldamento aveva dato forfait, con disappunto di Leonora, che amava stare al caldo a scrivere, leggere, cucinare.

Oh, non c'era volta in cui andassero insieme da qualche parte, in cui Leonora decidesse di fare a meno di stare intorno a mercati e  fornelli, che sembravano la sua culla originaria.

La favola di Cenerentola le sarebbe stata a pennello, senonchè Leonora vestiva bene, non aveva sorellastre nè sorelle, anzi, era figlia unica con un certo disappunto nascosto dei suoi genitori che si erano fermati a quell'uno/a assai determinata, e, magari non troppo, ma abbastanza prepotente da cercare di dettare legge, anche alla natura, sospettavano.

Giorgio guardava Leonora di sottecchi, bella era bella, colta non si poteva dire di no, buona, ecco, non ne era certo.

Qualche prova? La settimana scorsa il loro amico Fausto si era fatto male ad un gincchio, e diversi erano andati a trovarlo e confortarlo, era un bel guaio, perchè Fausto faceva il calciatore.. Leonora aveva riso di gusto alla notizia, e aveva aggiunto un laconico: "non gli farà mica male.."  Al che Giorgio non aveva ribattutto niente, dato che si aspettava una risposta caustica, nel caso avesse sostenuto che non gli sembrava carino.

Un'altra prova? Il lunedì passato (era giovedì, in quel momento) Giorgio le aveva detto che aveva smarrito un documento urgente e che non sapeva come fare, magari stava nell'archivio (Giorgio aveva un archivio, di mestiere faceva il giornalista free lance) e in cuor suo sperava che Leonora si offrisse di cercarlo con  lui. Invece lei aveva sussurrato: " Tu e la burocrazia non andrete mai d'accordo" ed era uscita di casa comunicandogli che andava a comprare delle verdure al mercato. Asseriva che non c'era niente di meglio che essere premurosi verso la cucina, e dotarla di ogni cosa gustosa e, secondo lei, necessaria.

Erano pieni di verdure, come di frutta, formaggi, spezie, riserve di involtini di soia, di seitan, pasta, risi normali e integrali, farro, miglio, grano, cus cus e via dicendo, scatolette di tonno all'olio naturale, scatole di salmone fresco e conservato, piselli, lenticchie, ceci, fagioli.. Tutto l'armadio , di dimensioni decisamente superiori alla media, era stracolmo di tutto quello che ci si può immaginare e anche di più..

Non  vedeva la ragione di altra verdura, mentre lui doveva contenre l'ansia per la perdita del documento da consegnare dopodomani..

Ora stava ricordando  quel momento e ciò che ne era seguito: un pranzo di sei o sette portate, che poteva essere troppo anche per sei o sette persone.. 

Volendo giungere ad una conclusione sul fatto che fosse buona o no, Giorgio le chiese, facendosi coraggio  "Ma perché l'altro giorno hai cucinato tutte quelle cose ? "che senso ha"?

"Nessuno, rispose Leonora, puro divertimento, qualche problema?"

" Per carità, ci mancherebbe altro,, però mi chiedo, con tutto quello che hai, cosa ti manca?"

A sorpresa, Leonora rispose senza aggredirlo " Deve essere accaduto qualcosa, in te, per rivolgermi una domanda come questa. Cosa mi manca? Una E mi manca, perchè mi hanno chimata Leonora ..ancora non l'ho capito..     2018

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 ERA UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA  di Brando Ricci

 Era una notte buia e tempestosa e Juan Roman attraversava con falcate rapide e sicure la piazza di Recoleta. La pioggia scendeva fitta, incessante. L'enorme albero dominava muto il silenzio tutto intorno, gocce giganti d'acqua cadevano dalle larghe foglie, le radici allungavano la loro presa secolare nella terra, oramai fangosa. Non era più sicuro di cosa significasse quell'albero. Da bambino lo adorava, gli sembrava un mondo fatato, passava ore ad immaginare che ospitasse le creature più strane ed incredibili, una foresta magnifica e stregata nel cuore di Buenos Aires. Il solo nominare la parola Recoleta lo faceva sognare, la sua mente andava immediatamente alla piazza ed al meraviglioso albero che vi si ergeva nel mezzo, a tutti gli animali ed i folletti che vi trovavano dimora. Ora invece gli sembrava opulento, eccessivo, un vanaglorioso monumento alla nuova Argentina gonfia di retorica che ingoiava in quelle notte spaventose i suoi compagni. Quella bellezza monolitica, immobile al centro della piazza, gli sembrava complice, guardiana di quell'ordine tremendo che si faceva largo a colpi di "sovversivi". Forse per questo motivo decise di non passare sotto le sue fronde, di non trovare riparo dalla pioggia battente nella sue foglie maestose.

 All'improvviso il flusso dei suoi pensieri venne interrotto dall'immagine di Esteban, che gli veniva incontro da lontano. Era un po' in anticipo rispetto all'appuntamento, riconosceva però la sua camminata, lenta ma inesorabile, come dicevano sempre i suoi amici, e la sua camicia verde militare. Quando gli facevano notare quanto fosse strano per un membro di un gruppo rivoluzionario come il loro, indossare sempre pantaloni e camicia in stile militare, lui era solito rispondere nel suo modo beffardo " E perchè voi non pensate mai veramente in grande ragazzi miei, è questo il punto. Le avete viste le immagini di Fidel e Guevara eh ? Mentre entrano trionfanti a L'Avana ? Andatele a rivedere, camicia e pantaloni verdi , proprio come questi cari miei, questa è la mise del rivoluzionario vincente". Esteban era così, era allegro, con la risposta sempre pronta. Era in grado di capire gli altri con uno sguardo, di parlare a tutti in un modo specifico, di far credere alla persona, anche solo per un minuto, di essere l'unica sulla faccia della terra, la sola destinataria delle sue parole. Allo stesso tempo però, sapeva essere incredibilmente impulsivo, poteva in un attimo, nella forza di un gesto, compromettere tutto, come quelli che si mettono a costruire quelle piccole navi di legno dentro le bottiglie, che, appena terminato il lavoro, pieno di scrupolo e precisione, decidessero di scagliarla a terra frantumandola in mille pezzi. In tutto quello che faceva però emanava un forza incredibile, era quella la sua caratteristica più straordinaria. Juan Roman si ricordava ancora quella volta, in quel bar di Avellaneda, quando ubriaco si mise a tuonare, , con il concreto rischio che qualche delatore, qualche spia, delle tante disseminate come mine in quella Buenos Aires piena di sospetto, lo sentissero e lo individuassero, le sue parole sulla rivoluzione. Li guardò tutti negli occhi, fissi, uno per uno e gli disse "Sapete cosa ci vuole per fare la rivoluzione, lo sapete ? Prima di tutto ci vuole la forza. Una volontà forte, insopprimibile, che parte dal cuore e non conosce ostacoli. E con quella forza bisogna pensare al traguardo che vogliamo raggiungere, al paese che vogliamo far nascere. Poi, anche più importante-continuava a fissarli, sembrava volesse parlare alla loro anima, sembrava sperasse che le sue parole oramai quasi urlate, arrivassero al loro cuore-, ci vuole la giustizia, bisogna essere giusti, con se stessi prima ancora che con qualsiasi altro. Vivere in modo giusto. Ma più di tutto amici miei, sapete cosa ci vuole? Sapete come bisogna essere ?- e a quel punto il suo sguardo si sciolse in una commozione ebbra, e la sua voce si abbassò di colpo- più di tutto bisogna essere buoni, bisogna essere dolci, voler veramente bene ai figli di questa Argentina meravigliosa, e con quel bene lottare per la luce, per il cielo enorme ed azzuro, per chi sotto questo cielo ci vive e ci ha vissuto, ed ancora esiste nel vento" Quelle parole risuonavano ancora nelle sue orecchie, rimbombavano ancora nel suo cuore.

 E ci pensava anche adesso, preoccupato per quell'agenda perduta banalmente in un autobus che poteva compromettere tutto. Si erano dati appuntamento con Esteban per trovare una soluzione, provare a cercarla, essere certi che nessuno di pericoloso l'avesse trovata o la trovasse, ma era come cercare un ago in un pagliaio, Juan Roman lo sapeva, dovevano provarci però, in qualche modo. E proprio mentre queste parole echeggiavano nella sua mente, si accorse di qualcosa di strano in Esteban, indossava un berretto, da cui per altro si poteva indovinare, era ancora ad un centinaio di metri, un ciuffo di capelli brizzolati. Non era lui, allora.

 Il sangue di Juan Roman si gelò nelle vene, lo sguardo si fece più attento, era un berretto dell'ESMA, la marina militare argentina. In un secondo, con la coda dell'occhio, scorse una jeep verde parcheggarsi all'angolo opposto della piazza, e vide tre militari scendere con calma. Era sul punto di essere arrestato, in un secondo lo capì.    2016

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  IL RACCONTO DI IBRAHIM di R. Lia Grande

 Deciso a partire per combattere con l'isis, Ibrahim scese le scale di casa in tutta fretta, aveva poco tempo per prepararsi da mangiare, raccogliere vestiti e libri, prendere un autobus per l'aeroporto e imbarcarsi sul velivolo che aveva scelto. Due tappe, per non insospettire nessuno, una a Francoforte, l'altra per una località siriana che era dotata di un aeroporto minuscolo ma efficiente. Partiva come giornalista, e quindi era tutto più facile. Un giornalista di origine egiziana ma con cittadinanza italiana..

Una sicurezza quasi perfetta.

Perchè combattere con l'Isis? Non era uno che pensasse molto, anche se aveva studiato all'università, in genere faceva la prima cosa che gli veniva in mente. Lo chiamava seguire il suo fiuto, di cui era sicuro di fidarsi. Così aveva fatto altre scelte, nella vita, come quella di sposarsi con una americana di passaggio in Italia, il che gli era costato soldi e pazienza, ma, dal momento in cui aveva deciso di sposarla, non aveva mollato di un centimetro di fronte a difficoltà e contrattempi. Lei gli piaceva, non è che potesse dire che l'amava, ma nemmeno che non l' amasse, in quanto questo sentimento aveva un nome, sì, ma, come dire, non aveva un colore, una declinazione o altro. E per lei non era molto diverso. Così si erano trovati neanche male, per un tre anni circa, poi lei era andata in America per una vacanza, diceva, ed era ancora lì ad aspettare che tornasse. Dopo un anno non c'era molto da sperare, razionalmente parlando.

Ma perché pensava a tutte queste cose? Si chiese stupito.

E andò dritto alla rosticceria dove, invece di ordinare qualcosa da portare via, come aveva deciso prima, mangiò una pizza velocemente - ecco, la pizza gli sarebbe mancata in Siria, doveva ammetterlo, ma la spinta a partire era molto più forte.

 Trovava romantica, concetto che gradiva, l'idea di andare a combattere per salvare la purezza di un'idea. Non che lui fosse molto praticante, anzi, lo era poco, ma in questo mondo moderno dove tutto scivolava via come niente fosse, la purezza di una idea, di una religione, in fondo non importava quale, gli sembrava un'ancora forte, un aggancio a qualcosa di significativo.

 Uccidere qualcuno? Ma, le persone muoiono per mille cause diverse, non vedeva questa grande differenza..  Poi per ora non aveva ucciso nessuno, quindi non poteva immaginare come si sarebbe sentito, nella pratica.

Era meno favorevole all'idea di saltare per aria, preferiva combattere e magari morire, ma sul campo, come si diceva, vis a vis, era nel suo carattere né pensare troppo né sparire senza un confronto aperto, sena un combattimento vero.

Bene, pensò, ora che mi sono fatto il ritratto psicologico, che mi resta da Fare? E stava per salire i gradini di casa, quando qualcosa gli andò a sbattere contro, una massa che gridava e che gli richiese un paio di secondi per essere identificata. Era un bambino, ma pensa un po', un bambino che stava scappando da qualcosa e che gli era piombato addosso, così, senza parere. Il bambino doveva avere tre o quattro anni, a occhio. Era tutto sudato e impolverato. “Chi sei?” Gli chiese, “che è successo?”

Il bambino lo guardò, emettendo parole disarticolate.. “Cosa?”, chiese Ibra him, “che hai detto? “. Niente, forse per la paura, o magari aveva corso, o forse si sentiva male, il bambino dagli occhi nocciola spauriti e grandi grandi, non rispose, lo tirò per i pantaloni, facendo cenno di prenderlo in braccio. Oh santa pace, che fare? Non lo sapeva davvero e rimase interdetto e immobile. Poteva chiamare i carabinieri (che paradosso) oppure la polizia (idem) . Lo prese in braccio e cercò di guardare dietro l'angolo se ci fosse qualcuno ..niente, non si vedeva anima viva. Il bambino lo guardava farfugliando e gli toccava la guancia, con un mezzo sorriso, poi gli tirò leggermente i capelli ancora non troppo corti, e gli si era aggrappato al collo con grande decisione. Allora, se andava da polizia e carabinieri chi sa come andava a finire, avrebbe perso l'aereo di sicuro, se lo portava con sé rischiava qualcosa, con sé in casa, non certo in viaggio. Ah, pensò, magari la croce rossa.. Sì, ma i tempi erano gli stessi. “Ho fame” farfugliò il ragazzino impenitente, “Ma allora parli! “ Disse Ibrahim tra la contentezza e la preoccupazione. “Come ti chiami? Da dove vieni?” Silenzio totale. “Ma insomma, io ho da fare!” Protestò piuttosto ruvidamente e Il bambino iniziò a piangere così forete che la gente si girava a guardarli. Allora salì nel suo appartamento. C'era della frutta, e il piccolo se ne mangiò un paio di porzioni velocemente. “Mi chiamo Duccio” disse ad un tratto.. “ah bene, e di cognome?” Silenzio. Silenzio e silenzio. Ibrahim era quasi disperato. Si ricordò di avere una specie di pallina che teneva in mano quando era nervoso, la porse al piccolo sconosciuto, che tutto contento si mise a lanciargliela addosso, e poi contro il muro e poi saltellava. Passò del tempo. Duccio e Ibrahim fecero una specie di amicizia.. Erano le otto di sera. L'areo partiva tra mezz'ora, inutile pensarci. Ibrahim prese il telefono e chiamò la polizia. Quando arrivarono Duccio iniziò a piangere come una fontana, e tutti a rassicurarlo, e dove l'aveva trovato e come si chiamava e se aveva fame, e dove erano i genitori. Infine la poliziotta gli disse che o lo portavano in centrale, o dormiva a casa sua e domai avrebbero chiamato i servizi sociali. Fu così che Duccio e Ibrahim dormirono fianco a fianco nello stretto letto di lui, e il bimbo lo guardava sorridendo e gli disse perfino ciao, prima di dormire.   2016

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 Kenny               di Cecilia Errede

  Questo racconto iniziò ai  16 anni di Kenny, la madre e il padre gli comunicarono con un certo preavviso che il papà, che era un astronauta, doveva affrontare un addestramento molto complesso ed articolato, che avrebbe richiesto la sua assenza da casa per quasi un anno. Non solo, ciò coincideva, con un avanzamento di carriera della mamma, che nello stesso periodo, avrebbe potuto insegnare, di mese in mese, in diverse accademie europee per stilisti, i nuovi ritrovati per tessuti ecologici, naturali e sostenibili per l'ambiente in cui viviamo. Conclusione, visto che non avevano poi molti parenti: Kenny sarebbe dovuto andare in collegio per quel periodo. Un collegio bello, all'avanguardia, attrezzato... La reazione di Kenny fu subitaneamente e anche in seguito, contraria. Era triste, deluso, arrabbiato, si sentiva "scaricato", ma se avesse avuto dei problemi, se si fosse sentito solo? E i suoi amici e i compagni di scuola e Giada? Si Giada, quella della terza F, che gli piaceva tanto e che era appena riuscito a darle un appuntamento? E poi le/i nuove/i insegnanti, preside, direttori/direttrici, se fossero state persone severe, se non avesse trovato nuovi amici, se lo avessero preso in giro?  Avrebbe potuto passare i suoi 17 anni infelice e incompreso.

 

No, non avrebbe lasciato la sua casa, i suoi amici, la sua quasi ragazza. Mamma e papà avrebbero dovuto rimandare o l'uno o l'altro, lui non si sarebbe distaccato dal suo mondo. Lo disse, ah! se lo disse un giorno, lo urlò a gran voce, tacciandoli, i suoi cari genitori, di egoismo, loro a farsi la bella vita per il mondo mentre lui, doveva andare in collegio, e: "lo sanno tutti come sono i collegi!", aggiunse sbattendo la porta e sbraitando ancora mentre prendeva il motorino e sentiva l'aria sul viso, fresca, in quei suoi 16 anni che d'improvviso si tingevano, passando dal rosso, al grigio. Inchiodo' al semaforo giallo, c'era Giada. " Che fai sembri sconvolto!" , " Lo sono! I miei mi mandano in collegio..." , " Dai, dammi un passaggio che ne parliamo, dal giardino di casa mia si vedono bene le stelle", " mi sembra di sentire mio padre, dai scherzo, ci vengo volentieri". Sul dondolo del giardino parlarono e parlarono, Kenny si scoprì a conoscere e a saper distinguere e soprattutto a poter narrare tante stelle e storie di pianeti che piacevano tanto a Giada che gli si avvicinava sempre di più finché Kenny si mise a ridere. "Perché ridi adesso?", " perché ora sono io che sembro mio padre! È lui che mi ha insegnato tutto questo, sai tutt'ora che sono grande non si stanca mai di parlarmi del blu dello spazio.." , " ecco mi sono macchiata col tè! È il vestito nuovo che mi ha regalato mia madre!!" , "corri, vai detersivo per i piatti subito, strofina, poi lava immediatamente. Se ne va è sintetico. Se fosse stato l'avana del cotone biologico col cavolo che si smacchiava!". Mentre a casa Giada si levava il vestito e metteva la tuta, e lui prima da solo poi con lei, smacchiava il vestito sul lavandino, lei disse: "cotone biologico?", " si mia madre sta studiando il modo di trattarlo nella maniera meno inquinante possibile, e di dargli nuovi colori e forme ma guarda è così", e togliendosi la maglietta da sotto la felpa gliela regalò. Poi riscoppiò a ridere e lei disse: "e adesso sembri tua madre". Dopo una mezz'oretta in cui si dissero tanto altro, si salutarono e lei sulla porta gli sussurrò:" ora conosco un poco i tuoi e tu... tu chi sei Kenny? ". Mentre tornava a casa si disse che da quel momento sarebbe iniziata l'operazione collegio. Si dette quei fatidici sette mesi di tempo per: chiedere ai genitori le loro più vere e sentite motivazioni al loro lavoro e alle loro partenze, i sogni, le speranze, le nuove possibili entrate economiche, che cosa provavano nei suoi confronti, veramente. Poi se la risposta lo avesse convinto si sarebbe fatto accompagnare a fare un sopralluogo al collegio, per vedere il luogo, gli alloggi, il personale, i programmi scolastici, le attrezzature e perché no pure la cucina. Nel frattempo si sarebbe allenato un pò per non sentirsi un rammollito, avrebbe chiesto a Giada che era una sportiva di allenarlo e in cambio, visto che lei andava male in scienze e ad informatica, l'avrebbe aiutata lui. E così fece. Tra fasi di entusiasmo e fasi più complesse seguì il suo programma, per non sentirsi un ragazzo viziato, che costringe i genitori a rinunciare alla loro realizzazione. In fondo pensò che era fortunato, non era povero, non era solo e il pianeta aveva bisogno di persone responsabili che scoprissero altri pianeti e modi di non inquinare. E poi il collegio non era così lontano da casa e avrebbe capito chi erano i suoi veri amici che lo sarebbero andati a trovare. E poi avrebbe fatto una bellissima festa per i suoi 18 anni.  Quando la madre e il padre lo salutarono sull'uscio del collegio gli chiesero: "ma cos'è che alla fine, ti ha fatto accettare questa situazione?" , Kenny rispose:" lo sapete che qui stanno sperimentando da tempo un metodo di insegnamento paritario, etico, di gruppo?Costruttivista si chiama. Pensate ci insegna storia del cinema il fratello di Giada, ha solo 26 anni e fa un laboratorio che si frequenta, nell'aula dietro il cortile, solo di notte!". Il padre: "mi raccomando per andare a lezione guarda su" e la madre:" e per dormire usa sul cuscino la federa di cotone di ultima generazione". Si dissero che si volevano bene e Kenny vide la loro macchina che si allontanava verso un cangiante arcobaleno.  2016

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 Era una notte buia e tempestosa.(in attesa di rintraciare l'autore/autrice)


Continue folate di vento battevano la pioggia gelida contro le finestre. Il fuoco nel camino ormai si era spento e la brace si era quasi tutta trasformata in cenere; se ne intravedevano solo dei piccolissimi pezzi ancora luminosi – troppo pochi per ravvivare il fuoco. Daniela si era rifugiata sotto le coperte alcune ore prima, attenta a non muoversi dalla ben limitata area del letto che aveva assorbito il calore dello scaldino. Dal caldo secco al freddo umido era questione di nemmeno un centimetro. 

Nel dormiveglia, noto' che allo scrosciare continuo della pioggia si era aggiunto un altro suono, un battere ritmico. Sei tu, Ciuffo?” chiese, pensando per un momento che fosse il suo amatissimo cane che batteva la coda contro il pavimento di coccio. Poi si ricordo' che Ciuffo mancava dalla sera prima. Non era raro che Ciuffo se ne andasse in giro da solo per avventure, quindi non si era preoccupata. Capi' pero' che il rumore veniva da una serie di pesanti gocce d'acqua che cadevano ravvicinate, plop, plop, plop... Penso' “Ecco, il vento avra' spostato di nuovo qualche coppo o tegola sul tetto, sara' meglio che mi alzi e vada a prendere un secchio per non trovarmi il pavimento pieno di pozzanghere domattina.” Stava ancora cercando di raccogliere le forze per svegliarsi completamente e tradurre in azione quel pensiero quando si accorse di avere i piedi completamente bagnati. Altro che pozzanghere sul pavimento.

Imprecando contro gli elementi, si alzo' veloce, rovisto' nel buio cercando i fiammiferi, accese prima una candela e poi anche la lanterna camping gaz. Si vesti' velocemente, calzamaglia e calzettoni, pantaloni, maglione di lana, scarponcini. Prese in mano la lanterna e la porto' in cucina. Li' trovo' un sacchetto grande della spazzatura che uso'  per proteggere alla meglio il letto. 

Dovrei salire sul tetto a riassestare le tegole, ma con questa pioggia sara' troppo scivoloso anche nei prossimi giorni.” Non era un lavoro che le piaceva, perche' soffriva un po' di vertigini, ma Daniela era capace di farsi coraggio quando ce n'era necessita'. Torno' in cucina. Inutile cercare di riaddormentarsi, ormai il sonno era passato. Mancavano poche ore all'alba. Alla luce della lanterna a gas mise su il caffe', il pentolino con il latte. Intanto che si scaldavano, comincio' a togliere la cenere con la paletta di ferro. Nell'angolo accanto al caminetto prese un po' di legna e un mazzetto di erica, li mise nel caminetto e accese il fuoco.

Senti' improvvisamente un botto tremendo. Dalla finestra, attraverso la pioggia vide un fulmine cadere sulla grande quercia che da centinaia di anni – forse da prima ancora che arrivassero i primi coloni a costruire la casa – dominava quel luogo. “Ahi”, penso'. “E' gia' il secondo fulmine che ci cade in pochi anni... e con le radici disturbate quando hanno spianato il terreno per rifare la vigna... Spero proprio che questo non sia il colpo fatale.”

La pioggia e il vento non davano nessun segno di alleggerirsi. Daniela si era appena seduta a tavola per bersi il caffellatte caldo e mangiarsi due biscotti quando senti' abbaiare Ciuffo, e allo stesso tempo qualcuno bussare alla porta. “Chi e'?” “Scusi signora, sono quello di Casal Balestruccio, son rimasto con la macchina laggiu' nel fossato.” Appena Daniela apri' la porta, fu spruzzata da una nuova folata di vento piena di pioggia e si trovo' addosso gli zamponi di Ciuffo – un grosso pastore dei Pirenei che eccitatissimo e completamente infradiciato continuava a saltare su due piedi per cercare di leccarle il viso. Dietro a Ciuffo, c'era un uomo in impermeabile e stivali, con la testa coperta da un cappuccio. “Entri”, gli disse. “Non la voglio disturbare..." rispose l'uomo, "sulla strada c'e' pochissima visibilita', sono finito con la macchina nel fossato... posso usare gentilmente il suo telefono?”

Daniela sussulto' al suono di quella voce. Non e' possibile, penso'. Nell'arco di qualche secondo, si senti' travolgere da un'ondata di memorie. Nino... Erano stati molto vicini per un'estate, tanti anni fa. Appena conosciuti, era come se si conoscessero da sempre. Le confidenze scambiate, le risate, le notti passate in barca, a cielo aperto, osservando le stelle. La sensazione di appartenersi. Poi, a fine stagione, separati dalla distanza geografica, dallo  studio e dal lavoro, si erano scritti molto... e poi piano piano le lettere si erano diradate, e avevano perso contatto.

Ma... sei...”

L'uomo si tolse il cappuccio. Aveva la stessa voce, gli stessi occhi, un modo simile di sorridere... “E' un ragazzo, non ha nemmeno trent'anni,” penso' Daniela.

Mi chiamo Danilo Cardelli”, l'uomo si presento' con calma cortesia. Ho comprato l'anno scorso la fattoria a Casal Balestruccio”.

Con un respiro, Daniela si riprese. “Ah si', ho sentito parlare di lei. Ha fatto un bel restauro lassu', dicono. Eh, purtroppo la linea telefonica qui non e' ancora arrivata,” continuo'.  “Nemmeno la linea elettrica. Ho un generatore, ma per accenderlo devo uscire fuori, e con questa pioggia... E' quasi l'alba. Appena fa luce e si calma un po' il tempo, la aiuto io a tirare fuori la macchina con il trattore. Intanto, le posso offrire un caffellatte? Lo zucchero lo prende?”

L'uomo si accomodo' al tavolo della cucina. Parlarono del piu' e del meno, serenamente, per piu' di un'ora, e quando arrivo' l'alba sembro' a tutti e due che il tempo fosse passato velocemente. Con il sorgere del sole, il cielo si calmo'. Qualche uccellino comincio' tentativamente a cinguettare. Ciuffo comincio' a grattare insistentemente  alla porta per poter uscire. Daniela tiro' fuori il trattore dalla rimessa e con un cavo riusci' senza intoppi a tirar fuori dal fossato la macchina di Danilo. Lui la ringrazio' e la invito' a cena per la settimana dopo. Lei accetto' volentieri. Non le capitava spesso di incontrare persone nuove. 

Tornata a casa, parcheggiato il trattore, Daniela camminava lentamente verso casa, pensierosa. “Chissa', penso', “se Nino abitasse ancora allo stesso indirizzo. In fondo la casa era di suo zio, quindi e' probabile che sia rimasta in famiglia. Magari potrei scrivergli, a Nino.”  2016

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Hiver (gennaio 2016)     di Elide Stucchi

Kate: Era una notte buia e tempestosa… e mi toccava decidere cosa fare del mio finale di giornata. Trascinarmi pigramente verso l’ora di andare a dormire – bisognava che io andassi a dormire ad un certo punto, e infatti non sapevo sottrarmi all’idea che ne avevo bisogno – oppure con un virtuale e metaforico colpo di reni, dare un senso alla mia squinternata serata? Provai a ‘fare macchina indietro’ e a ripercorrere le ultime 5/6 ore appena trascorse. Scrivere sul mio diario mi avrebbe aiutato; presi la penna ma rimasi con la mano poggiata sul foglio bianco per cinque minuti. Pensai che un esercizio di visualizzazione e la concentrazione sul respiro per 2/3 minuti mi avrebbe aiutato. Francine: Kate era nella sua camera, la vedevo scrivere sul suo diario e poi interrompersi per sedersi a gambe incrociate sul tappetino azzurro, la schiena diritta, concentrarsi sul respiro e spandere piano piano intorno a sé una cortina di luce tenue come a riflettere il baluginio bianco della luna che era per un attimo apparsa dietro nuvole cariche di pioggia e fulmini e roboanti tuoni. Mentre Kate meditava la casa si fece silenziosa, e quasi, dopo ogni tuono a cui seguiva un cupo rimbombo, il silenzio si faceva più profondo, poiché lo scroscio della pioggia era tanto regolare e potente da annullarsi sullo sfondo. Non facevo che pensare al bosco. Nel mio pensiero il sentiero che saliva su per la montagna costellato di piccoli sassi bianco latte e costeggiato da massi e rocce fioriti a licheni e muschi appariva illuminato da un sole basso, caldo nell’aria nivale. Io vi camminavo, con una leggerezza nel corpo che non sapevo spiegare. Doveva essere la felicità: stavo tornando nel bosco dopo tempo che vi mancavo. Su quel versante la luce cambia a metà della montagna: sono i primi abeti, i più piccoli ed esterni, che gettano la loro ombra. Man mano che entravo nel bosco ogni cosa si tingeva di verde, l’aria era verde, il raggio di sole che sembra seguirmi mentre camminavo era verde, e verde era la mia pelle…

“Francine” la voce di Kate mi giunge con il suo tono morbido e chiaro, il mio pensiero in un attimo lascia l’immersione nel bosco e volgendomi verso la porta aperta della sua stanza, la vedo ritta che mi guarda sorridente, una mano al fianco. “Mi sembravi molto assorta, ma non dovevamo finire di provare gli ultimi due brani?” Doveva essere passata almeno mezz’ora da quando avevo visto Kate raccogliersi in un momento di meditazione… Fisso un appuntamento più tardi con la mia immaginazione su per la montagna e sorridendo a Kate riprendo contatto con la realtà.

Questa sera le prove viaggiano su una buona onda. Proviamo i due ultimi pezzi per il piccolo concerto che faremo a fine mese. Terminando, con le note che ancora vibrano nell’aria, Kate mi domanda con la sua solita curiosità bambina: “A che pensavi prima?”. “Alla montagna e al bosco, ci voglio tornare quando si calmerà la pioggia”.

Kate partirà il prossimo mese, ma prima forse vorrà venire con me su per la montagna. “Anche io vorrei tornare lì, se la temperatura scende stanotte, la pioggia si potrebbe mutare in neve e domani troveremmo il grande nord ad accoglierci nel suo più grande splendore”.

Il giorno dopo Stamane il desiderio di Kate si è avverato; non ho ancora aperto gli occhi che già la luce abbacinante della neve fuori dalla mia finestra traspare attraverso le mie palpebre. Ma è presto, non sento ancora gli schiocchi del fuoco in cucina e capisco che Kate non ha ancora lasciato il letto. La camminata ha proseguito nel mio sogno: ero nel bosco, verde su verde, muschio morbido, alberi gemmati, cortecce di scorza; quando giungo al grande cedro allargo le braccia, respiro profondamente e faccio 2, 3 giri su di me prima di sedermi con la schiena poggiata al tronco. Mi sento in pace. Chiudo gli occhi e respiro, il cedro sembra respirare con me. Appunto il sogno sul solito taccuino prima di immergere lo sguardo nel bianco luminoso fuori dalla mia finestra. Ha smesso di nevicare, onde bianche e azzurre hanno ricoperto il paesaggio, il pozzo nel cortile, la siepe, la strada fino allo steccato, il giardino e tutta la collinetta fino all’orizzonte.

“Che strano, da ieri non trovo il mio elefantino..” Kate si aggira per la cucina cercando sugli scaffali. “Ma non l’avrai in tasca? Lo porti sempre con te…” Kate scuote il capo: “No, ho guardato anche nelle tasche della giacca”. “Passeggiando potresti ricordare dove lo hai lasciato” le dico mentre finisco di bere il tè.

Mezz’ora dopo siamo oltre lo steccato con i dopo-sci ai piedi che affondano fino alle caviglie. Camminiamo verso il bosco come avevamo deciso. La prima parte del sentiero è tutta in salita: in alto di fronte a noi c’è il crinale dietro il quale, un kilometro più giù, c’è il bosco. Giunte in cima, la vallata ci si apre davanti immensa, un piccolo gruppo di caprioli sulla nostra destra sta mangiando i licheni abbastanza lontano da non preoccuparsi di noi. A sinistra, i primi abeti “Credo di aver ricordato dove potrebbe essere il mio piccolo elefantino!” Kate si ferma un attimo per raccontarmi che il giorno prima lo aveva tenuto poggiato sulla scrivania e ne aveva tracciato il profilo su una pagina del suo diario mentre ascoltava Le Carnaval des Animaux di Saint Saens. “Non credi che potremmo aggiungere un brano tratto da quest’opera al nostro concerto? Ogni volta che ascolto il VII movimento, Acquarium, ne resto incantata”. “Bello quel pezzo! Potremmo suonarlo in chiusura, magari riprendendo il motivo con il pianoforte.” Mentre parliamo e discutiamo sugli spartiti e gli arrangiamenti non riesco a distogliere lo sguardo dal paesaggio intorno a noi: tutto è splendidamente bianco e silenzioso. Ripreso il cammino arriviamo dopo circa un’ora al grande cedro. E’ una giornata bellissima, il sole e la neve e la camminata ci hanno scaldato e arrossato le guance. Togliendo il cappello posso sentire l’aria sui capelli; ho portato un piccolo telo, grande abbastanza per me e Kate. Lo stendo a terra e ci sediamo sotto il grande cedro, le schiene poggiate alla scorza dell’albero, i suoi enormi rami sopra di noi. “Come primo brano potremmo presentare Hiver, Inverno, di Castiglioni, che ne pensi?” “Si Kate, mi sembra una buona scelta”.

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LUGLIO       di Ilaria Mollica

C’era l’alba all’orizzonte. Tra il sole nascente e Iolanda, il vetro chiuso della finestra e una tendina di pizzo sangallo leggermente scostata, quanto basta, per vedere da dentro e non essere vista fuori. “ Santa Maria madre di Dio, prega per noi … Santa Maria madre di Dio, prega per noi …” E dalla stanza accanto dietro la porta chiusa, nel buio più totale: “ Nonnaaa! Ti prego! Famme dormi n’atro po’!” la nonna: “Sta a veni Barbera e Concetta! Dovemo macinà oggi! Arzete a nonna devi annà a pagà stà bolletta, sta qui sul tavolo!”. “E che lo devo aprire io l’ufficio postale. Sò le Sei … A Nòò!”. Dopo una mezzora, il trambusto, le voci scandite e acute, di tre non più giovani signore che stavano organizzando il lavoro della giornata, costrinsero Fabio a scendere dal letto, ma con sua sorpresa, dopo pochi istanti, il silenzio interruppe, bruscamente, la confusione, preceduto dalla chiusura, forte e decisa, della porta di casa. Immediatamente, Fabio pensò a come effettuare un acrobatico tuffo nel letto e con uno slancio, a pesce, dal fondo del letto si ritrovò, di colpo, pancia in giù ad abbracciare il cuscino. Era la metà di luglio e come ogni anno Fabio aveva partecipato alla mietitura e trebbiatura del grano, con grande entusiasmo. Tutte le estati andava a Cervara dalla nonna materna. Era iscritto all’istituto d’arte da due anni, ma la sua seconda scelta sarebbe stata quella di frequentare l’istituto di agraria, era molto interessato alla vita di campagna e all’agricoltura, ma di più era appassionato di arte, in particolare di scultura. Era stato inspirato sin da piccolo dalle sculture nella roccia di Cervara. Cervara è un paesino arroccato, non molto distante da Roma, dove passeggiando, tra vicoli, si scopre uno spettacolo unico; le rocce sono state plasmate in sculture; pietra viva da cui emergono volti, corpi dormienti, cavalli che vogliono lanciarsi al galoppo, è un intera montagna scolpita, sulla quale sorge il borgo. Fabio quando era ancora un bambino, amava percorrere, insieme al nonno, la strada più caratteristica del paese, per ammirare e fantasticare, sulle immagini scolpite, inventando storie sempre diverse: tristi, romantiche, eroiche. Crescendo Fabio ne comprese anche il significato, il valore artistico e umano e decise che, anche in piccolo, avrebbe contribuito a questo meraviglioso progetto artistico. In paese c’era Fernando, un simpatico uomo di ottantacinque anni che insegnava a scolpire la pietra, ma anche il legno, cosi Fabio nel pomeriggio, passato il periodo della trebbiatura del grano, andava da Fernando per imparare a scolpire. Fernando, chiedeva in cambio delle sue lezioni, qualcosa a cui teneva particolarmente, ossia che Fabio imparasse ad impagliare le sedie, era rimasto l’unico a fare questo mestiere e desiderava che non andasse perduto. Fabio non si annoiava di certo in paese e non sentiva nessuna nostalgia di Roma. La sera poi, incontrava i suoi amici, che come lui stavano lì solo nel periodo estivo. La mattina della macinatura del grano Fabio si era riaddormentato, letteralmente, al volo dopo che sua nonna usci dalla porta, dimenticando di mettere la sveglia. Doveva andare all’ufficio postale da tre giorni ed aveva rimandato a quella mattina che era il giorno entro il quale andava pagata quella bolletta, sua nonna si era raccomandata la sera precedente e prima di uscire la mattina. Fabio non amava svegliarsi presto, partecipava alle attività contadine, con sua nonna ma sempre dopo le nove del mattino. Mentre dormiva, sognando di essere su uno dei cavalli scolpiti nella roccia, in un epica impresa di salvataggio di un tesoro ritrovato, a valle, in un profondo pozzo d’acqua … Un lampo e un tuono lo fecero balzare dal letto. L’intensità del rumore, nel sogno di Fabio, parve simile a quello di un tuono, ma fuori quella mattina, c’era un meraviglioso sole, quel rumore infatti non era un tuono, ma sua nonna che chiudendo la porta, di casa, fece tremare le pareti, come quando era uscita e poi : “Fabiooo?!”. La bolletta era ancora sul tavolo e Fabio ancora nel letto. Era mezzogiorno e l’ufficio postale stava chiudendo in quel preciso momento. Fabio, sottovoce: “Tragedia!”. La nonna andò su tutte le furie, detestava non essere ascoltata, detestava che suo nipote a mezzogiorno stesse ancora nel letto e non poteva proprio sopportare che l’indomani avrebbe dovuto pagare la bolletta in ritardo. Fabio restò chiuso in camera al buio, mentre Iolanda sbattendo qualsiasi oggetto le capitasse tra le mani rimproverò Fabio fino a proibirgli di uscire nel pomeriggio per andare da Fernando e come se non bastasse gli disse: “la scuola che hai scelto non ti aiuta ad essere pratico e concreto”. I due non si parlarono fino a sera, Fabio pianse di rabbia e rispettando l’ammonizione della nonna rimase in casa tutto il giorno, ad ascoltare musica. Non era successo altre volte che la nonna si fosse, così tanto, arrabbiata e Fabio non sapeva come comportarsi. Poi all’ora di cena, uscendo dalla stanza, chiese scusa alla nonna che a sua volta lo fece con lui, riconoscendo di essere stata esagerata. Allora Fabio disse: “Ricordi che l’anno scorso mi hai chiesto di terminare quel disegno che aveva iniziato il nonno? Bé! Lo vorrei finire. Che ne pensi?”. La nonna rispose che ne sarebbe stata veramente felice, ma metteva in dubbio che Fabio si sarebbe alzato cosi presto. Si, perche il disegno aveva come soggetto il panorama, visto dalla finestra di casa e un abbozzo di sole, faceva intuire che si trattasse dell’alba. Fabio non ricordava di averne, ancora, vista una e per colorare il disegno, sarebbe stato necessario. L’indomani mattina, come promesso si svegliò prestissimo e insieme a sua nonna sedettero sugli scalini dell’uscio di casa quando cominciò ad albeggiare, il primo chiarore era colorato di turchese poi una leggera foschia si tinse di rosa, cambiando, nuovamente, mentre sorgeva il sole, rosso pallido, “Bello!” disse Fabio, stupito che si potesse guardare, senza che desse fastidio agli occhi. Fabio si meravigliò di tanta bellezza e sua nonna parve molto commossa. Quell’alba fu indimenticabile per entrambe. Fabio terminò il disegno in pochi giorni. Completarlo gli diede la possibilità di capire, qualcosa in più di suo nonno. Non sapeva che amasse disegnare e attraverso il tratto, morbido e delicato, della matita sul foglio, Fabio intuì un una particolare sensibilità e dolcezza del nonno che non aveva colto, mentre era ancora in vita. Ne parlò con Iolanda che confermò le sue considerazioni e piacevolmente sorpresa delle osservazioni di Fabio, iniziò a raccontare di qualche bel momento di vita passato insieme al marito. Fabio nel tempo, vedrà molte volte albeggiare e nell’abbraccio dei primi raggi di sole, ricorderà quel momento e quel disegno, sentendo il calore e l’affetto dei nonni.  2016

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