Scritti

In costruzione

Sezione A  Scritti teorici 

 

L'INTERDIPENDENZA DI VARI FATTORI NEL NOSTRO MODELLO DI APPROCCIO ALLA VITA UMANA:

IL CONTESTO DELLO SFONDO;
STRUTTURE  RELATIVAMENTE A-TEMPORALI,
ARCHETIPI DI COMPORTAMENTO, TEORIE
COSMOGONICHE OCCIDENTALI E ORIENTALI,
CONCEZIONI RELIGIOSE E SPIRITUALI

La civiltà umana che abita il pianeta Terra è artefice di molti meravigliosi prodotti artistici, scientifici, spirituali, ma è anche lenta nell'evoluzione, non riesce a mettere in pratica la non violenza, la reciproca collaborazione e mutuo aiuto. Crediamo che, in ultima analisi, questo dipenda dalle concezioni di base, dai principi scelti per vivere. Possiamo riflettere su alcuni principi che a livello prima mentale  e poi operativo  influenzano gli esseri umani, e superare il principio della schematica dicotomia di due elementi contrapposti, che danno realtà statiche, e passare alla considerazione che l'esistente " vivente", è governato almeno da tre principi, e cioè un principio attivo, uno passivo o recettivo, e uno neutralizzante. I tre principi sono alla base della dinamica della vita, come alla base di un io che governa la sua realtà e non ne è meccanicamente inglobato.

TrasformAzioni 
inoizAmrofsarT

Osserviamo la realtà: il cervello ha una struttura tripartita, il cuore è composto da quattro parti, e l'equilibrio e il benessere sono possibili quando cuore e cervello lavorano in sinergia. Producono un 'corpo intelligente', cioè uno strumento in grado di fare, di operare, di stare bene senza danneggiare nessuno.Proiettando questa rappresentazione nei vari piani dell'esistenza, quello individuale e personale, quello di relazione, quello sociale e politico, si potrebbe avere un mondo migliore.Le vie al benessere consapevole sono moltissime, quelle efficaci contengono l'idea che l'evoluzione è un prodotto della crescita psicologica, energetica e spirituale, possibile mediante le numerose applicazioni di questi principi, che l'Associazione cerca di diffondere e praticare.

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Sezione B   Scritti letterari

IL RACCONTO DI IBRAHIM di R. Lia Grande

 Deciso a partire per combattere con l'isis, Ibrahim scese le scale di casa in tutta fretta, aveva poco tempo per prepararsi da mangiare, raccogliere vestiti e libri, prendere un autobus per l'aeroporto e imbarcarsi sul velivolo che aveva scelto. Due tappe, per non insospettire nessuno, una a Francoforte, l'altra per una località siriana che era dotata di un aeroporto minuscolo ma efficiente. Partiva come giornalista, e quindi era tutto più facile. Un giornalista di origine egiziana ma con cittadinanza italiana..

Una sicurezza quasi perfetta.

Perchè combattere con l'Isis? Non era uno che pensasse molto, anche se aveva studiato all'università, in genere faceva la prima cosa che gli veniva in mente. Lo chiamava seguire il suo fiuto, di cui era sicuro di fidarsi. Così aveva fatto altre scelte, nella vita, come quella di sposarsi con una americana di passaggio in Italia, il che gli era costato soldi e pazienza, ma, dal momento in cui aveva deciso di sposarla, non aveva mollato di un centimetro di fronte a difficoltà e contrattempi. Lei gli piaceva, non è che potesse dire che l'amava, ma nemmeno che non l' amasse, in quanto questo sentimento aveva un nome, sì, ma, come dire, non aveva un colore, una declinazione o altro. E per lei non era molto diverso. Così si erano trovati neanche male, per un tre anni circa, poi lei era andata in America per una vacanza, diceva, ed era ancora lì ad aspettare che tornasse. Dopo un anno non c'era molto da sperare, razionalmente parlando.

Ma perché pensava a tutte queste cose? Si chiese stupito.

E andò dritto alla rosticceria dove, invece di ordinare qualcosa da portare via, come aveva deciso prima, mangiò una pizza velocemente - ecco, la pizza gli sarebbe mancata in Siria, doveva ammetterlo, ma la spinta a partire era molto più forte.

 Trovava romantica, concetto che gradiva, l'idea di andare a combattere per salvare la purezza di un'idea. Non che lui fosse molto praticante, anzi, lo era poco, ma in questo mondo moderno dove tutto scivolava via come niente fosse, la purezza di una idea, di una religione, in fondo non importava quale, gli sembrava un'ancora forte, un aggancio a qualcosa di significativo.

 Uccidere qualcuno? Ma, le persone muoiono per mille cause diverse, non vedeva questa grande differenza..  Poi per ora non aveva ucciso nessuno, quindi non poteva immaginare come si sarebbe sentito, nella pratica.

Era meno favorevole all'idea di saltare per aria, preferiva combattere e magari morire, ma sul campo, come si diceva, vis a vis, era nel suo carattere né pensare troppo né sparire senza un confronto aperto, sena un combattimento vero.

Bene, pensò, ora che mi sono fatto il ritratto psicologico, che mi resta da Fare? E stava per salire i gradini di casa, quando qualcosa gli andò a sbattere contro, una massa che gridava e che gli richiese un paio di secondi per essere identificata. Era un bambino, ma pensa un po', un bambino che stava scappando da qualcosa e che gli era piombato addosso, così, senza parere. Il bambino doveva avere tre o quattro anni, a occhio. Era tutto sudato e impolverato. “Chi sei?” Gli chiese, “che è successo?”

Il bambino lo guardò, emettendo parole disarticolate.. “Cosa?”, chiese Ibra him, “che hai detto? “. Niente, forse per la paura, o magari aveva corso, o forse si sentiva male, il bambino dagli occhi nocciola spauriti e grandi grandi, non rispose, lo tirò per i pantaloni, facendo cenno di prenderlo in braccio. Oh santa pace, che fare? Non lo sapeva davvero e rimase interdetto e immobile. Poteva chiamare i carabinieri (che paradosso) oppure la polizia (idem) . Lo prese in braccio e cercò di guardare dietro l'angolo se ci fosse qualcuno ..niente, non si vedeva anima viva. Il bambino lo guardava farfugliando e gli toccava la guancia, con un mezzo sorriso, poi gli tirò leggermente i capelli ancora non troppo corti, e gli si era aggrappato al collo con grande decisione. Allora, se andava da polizia e carabinieri chi sa come andava a finire, avrebbe perso l'aereo di sicuro, se lo portava con sé rischiava qualcosa, con sé in casa, non certo in viaggio. Ah, pensò, magari la croce rossa.. Sì, ma i tempi erano gli stessi. “Ho fame” farfugliò il ragazzino impenitente, “Ma allora parli! “ Disse Ibrahim tra la contentezza e la preoccupazione. “Come ti chiami? Da dove vieni?” Silenzio totale. “Ma insomma, io ho da fare!” Protestò piuttosto ruvidamente e Il bambino iniziò a piangere così forete che la gente si girava a guardarli. Allora salì nel suo appartamento. C'era della frutta, e il piccolo se ne mangiò un paio di porzioni velocemente. “Mi chiamo Duccio” disse ad un tratto.. “ah bene, e di cognome?” Silenzio. Silenzio e silenzio. Ibrahim era quasi disperato. Si ricordò di avere una specie di pallina che teneva in mano quando era nervoso, la porse al piccolo sconosciuto, che tutto contento si mise a lanciargliela addosso, e poi contro il muro e poi saltellava. Passò del tempo. Duccio e Ibrahim fecero una specie di amicizia.. Erano le otto di sera. L'areo partiva tra mezz'ora, inutile pensarci. Ibrahim prese il telefono e chiamò la polizia. Quando arrivarono Duccio iniziò a piangere come una fontana, e tutti a rassicurarlo, e dove l'aveva trovato e come si chiamava e se aveva fame, e dove erano i genitori. Infine la poliziotta gli disse che o lo portavano in centrale, o dormiva a casa sua e domai avrebbero chiamato i servizi sociali. Fu così che Duccio e Ibrahim dormirono fianco a fianco nello stretto letto di lui, e il bimbo lo guardava sorridendo e gli disse perfino ciao, prima di dormire.